yama e niyama cosa sono

Cosa sono Yama e Niyama? Andiamo subito al sodo dicendo che:

Yama e Niyama sono dieci regole di comportamento e stile di vita dei praticanti di yoga, per migliorare il rapporto con sé stessi e con gli altri.

Ovviamente c’è molto di più da dire in merito a Yama e Niyama. Il primo a farlo fu Patanjali (sì sempre lui), che nel V secolo d.C. inizia a parlare degli otto gradini (o rami, o braccia o membra, anga in sanscrito) da percorrere lungo il cammino dello yoga.  Gli otto rami o passi dello yoga sono stadi che colui o colei che pratica yoga percorre in modo simultaneo (quindi non sono da considerare proprio propedeutici) durante la scoperta di questa disciplina. Gli otto passi vengono così sintetizzati:

  •  Yama (linee guida che rendono felici le relazioni)
  •  Niyama (linee guida personali)
  •  Asana (posizioni)
  •  Pranayama (respirazione)
  •  Pratyahara (ritrazione dei sensi)
  •  Dharana (concentrazione)
  •  Dhyana (meditazione)
  •  Samadhi (estasi)

Per approfondire il tema degli otto rami dello yoga consiglio di leggere Yogasutra di Patanjeli. Il testo più antico e più importante dello tradizione yogica.

I primi due passi di questi otto, sono proprio Yama e Niyama, che raggruppano dieci consigli su cosa fare e cosa non fare per vivere al meglio secondo la tradizione yogica.

Quindi cosa sono Yama e Niyama e come ci possono aiutare?

Se ci pensiamo essere umani è una cosa complicata, viviamo tra una miriade di scelte confuse e contraddizioni. Tra indecisione e confusione, queste dieci linee guida ci aiutano a muoverci verso la nostra autenticità per vivere con maggior consapevolezza. Lavorare per affinare le competenze che ci aiutano a scegliere le nostre attitudini, i nostri pensieri e le nostre azioni, forse è la più grande avventura che possiamo vivere in qualità di essere umani.

Avete presente quelle storie in cui uno scopre di avere solo tre settimane di vita e allora improvvisamente è come se si svegliasse da uno stato di trance e decide di vivere davvero? Ecco non dobbiamo arrivare a questi punti per scegliere di vivere il momento e la vita che desideriamo. In questo percorso, le dieci linee guida Yama e Niyama possono supportarci durante le turbolenze e i drammi che la vita (chi più e chi meno) riserva a tutti.

Yama e Niyama fanno parte a tutti gli effetti delle fondamenta della filosofia yoga. Chi pratica o si interessa di yoga, capisce fin da subito che “fare yoga” non si tratta solo di ricreare delle posture; ma è anche seguire uno certo stile di vita. Lo yoga, in tutta la sua teoria e la sua  pratica, aiuta ad acquisire maggior consapevolezza del corpo ma anche delle mente. I suoi insegnamenti sono una guida pratica per aiutare a capire le proprie esperienze e affrontare quelle successive. Se vuoi, puoi immaginarlo come una mappa dettagliata, che ti suggerisce dove sei e come arrivare al prossimo punto. In questo contesto dobbiamo pensare a Yama e Niyama come linee guida, principi, discipline etiche, precetti e  osservazioni che vengono consegnate a yogi e yogini. Molti addirittura li considerano le gemme degli otto rami o gradini dello yoga, proprio per il loro grado di saggezza.

Ma adesso veniamo al dunque e vediamo nel dettaglio le dieci linee guida di Yama e Niyama. 

Yama, in sanscrito “restrizioni”: i 5 no dello yoga.

Gli Yama sono cinque regole etiche e morali che puntano a limitare comportamenti dannosi o distruttivi. Riguardano principalmente i rapporti sociali e con il prossimo. I cinque Yama sono:

  • Non violenza (ahimsa). Intesa in questo caso sia verso sé stessi sia verso gli altri. Di fatto non è possibile praticare una vera non violenza verso il prossimo, se prima non siamo in grado di praticarla verso noi stessi. In oriente questo principio è così importante che viene considerato come il cuore e le fondamenta di tutta la pratica yoga.
  • Sincerità (satya). Il principio della sincerità è legato a quella della non violenza, in quanto riguarda il dire la verità, esprimersi con sincerità, senza causare danno e dolori ad altri.
  • Non rubare (asteya). In questo caso è da intendersi come non appropriarsi di ciò che non è nostro. Il significato è molto ampio e non si riduce solo al classico non rubare oggetti materiali. Asteya ci invita a non rubare dalla Terra, non rubare agli altri (dalle cose materiali fino alla loro energia o tempo) e non rubare a noi stessi. Siamo i primi ladri di noi stessi quando “rubiamo” dalle opportunità che abbiamo per crescere come persone. Infine, il significato di non appropriarsi in questo caso ci fa ragionare anche sul concetto dell’attaccamento e sulla possessività verso gli altri (ad esempio in una relazione di coppia).
  • Continenza (brahmacharya). Nel senso di evitare gli eccessi. Per moltissimo tempo questo ramo è stato identificato con il celibato. In verità, oggi si parla di brahmacharya come indicazioni a non disperdere le propri energie, togliendole a ciò che è importante. L’interpretazione che possiamo fare di questo Yama, per integralo nel nostro stile di vita moderno occidentale, è quello di essere moderati e generosi verso sé stessi e verso gli altri.
  • Non avidità nel possedere (aparigraha). Lasciar andare tutto quello che non ci serve, in primis l’avidità. Questo Yama ci ricorda che attaccarci a beni materiali e alle persone non fa altro che appesantire la nostra esistenza, andando incontro a esperienze di vita deludenti. Praticare la non possessività ci permette di sperimentare uno stato di libertà e di godere a pieno della vita.

Quando iniziamo a mettere in pratica i cinque Yama nella vita di tutti i giorni, si notano subito dei cambiamenti positivi: si percepisce la quotidianità con più leggerezza, le relazioni con gli altri migliorano e anche il tempo dedicato al lavoro acquista maggior qualità. Ci iniziamo ad amare di più; ci accorgiamo che sono le piccole cose quelle contano e in definitiva ci si gode di più la giornata, il qui e ora.

Niyama, in sanscrito “osservanze”: i 5 sì dello yoga.

A differenza degli Yama, i cinque Niyama sono virtù e comportamenti positivi legati allo stile di vita del singolo individuo, da coltivare quindi per migliorare principalmente sé stessi. I cinque Niyama sono:

  • Purificazione (saucha). Ovvero tenere pulito il nostro corpo con una doverosa pulizia quotidiana, che nella tradizione yogica comprende per esempio anche la pulizia della lingua e del naso (come la pulizia del naso con la lota), ma anche la pratica del digiuno per liberarsi periodicamente dalle tossine. La pulizia del corpo però è solo il primo passo. Quando parliamo di questo Niyama dobbiamo intenderlo anche come promemoria per tenere pulite la nostra mente e le nostre azioni.
  • Accontentarsi (santosha). L’unico modo per raggiungere questo stato è apprezzare ciò che abbiamo in questo preciso momento. Ecco cosa ci ricorda santosha: la gratitudine per ciò che abbiamo oggi, il portare l’attenzione e la consapevolezza sul momento presente. Più riusciamo a praticare santosha più saremo appagati da ciò che abbiamo, meno andremo a interferire con il raggiungimento della soddisfazione personale. Praticare questo Niyama significa anche lasciar andare i desideri insoddisfatti, che intrappolano nella sofferenza. In senso pratico santosha aiuta a liberarsi dallo stress, dalle preoccupazioni, dall’ansia e dalla tristezza.
  • Austerità (tapas). Parliamo di disciplina, forse in un senso un po’ diverso da come la intendiamo comunemente noi in occidente. Tapas infatti viene tradotto anche come ardore per rappresentare il calore della determinazione e il fuoco che brucia desideri e ostacoli che si incontrano sulla strada verso l’auto-realizzazione.  E’ facile essere delle persone meravigliose e positive quando tutto va per il verso giusto. Ma cosa succede quando le cose iniziano ad andare male e la vita ti riserva una brutta carta? Tapas, la disciplina, esorta ad andare ad affinare la nostra forza, il nostro carattere, per affrontare al meglio i cambiamenti e raggiungere gli obiettivi. Un classico modo per esercitare tapas è imporsi di fare o non fare qualcosa per un determinato periodo di tempo (quello che potremmo chiamare fioretto). “Fare un tapas” è utile per esercitare la propria forza di volontà in un’area della nostra vita che necessita di maggior attenzione e focus.
  • Studio e conoscenza di sé (svadhyaya). Fare uno studio su sé stessi è di grande aiuto per conoscere cosa ci guida e cosa ci frena, che poi è ciò che determina le vite che viviamo. Svadhyaya significa osservare le storie che raccontiamo a noi stessi su noi stessi (auguri 😂) e comprendere come quelle storie creano la realtà che ci circonda. E’ un invito a riflettere sui limiti della percezione imposta dal nostro ego.
  • Abbandono (ishvarapranidhana). L’ultimo dei Niyama ci consiglia di fare attenzione a cosa la vita ci sta dicendo. Presuppone l’esistenza di una forza dell’Universo che lavora nelle e per le nostre vite. Ishvarapranidhana esorta a partecipare attivamente nelle nostra vita, essere presenti, godere del momento, lasciar andare rigidità e manie del controllo, e allo stesso tempo apprezzare tutto ciò che c’è di misterioso della vita. Una sorta di guide linee che ci suggeriscono di abbandonare il nostro ego, avere fiducia nei piani dell’Universo e agire aprendo il nostro cuore per capire e accettare il nostro vero essere.

Oltre agli Yogasutra di Pantajeli, se volete approfondire l’argomento Yama e Niyama, consiglio caldamente questo libro, che mi aveva fatto leggere l’insegnante del mio primo teacher training: The Yamas and Niyamas di Deborah Adele.Purtroppo non esiste una traduzione in italiano.

Chiudo questo articolo con una citazione di  André Van Lysebeth, uno dei più importanti insegnanti e studiosi dello yoga in Occidente, il quale per praticare Yama e Niyama diceva:

La cosa più semplice è seguire la propria morale, in funzione della filosofia e delle credenze che ci fanno da guida. Non abbiamo dovuto attendere Patanjali per dotarci di una morale e la morale ordinaria è sufficiente per metterci in linea con Yama e Niyama. È il grado minimo per poterci introdurre nello yoga e trarne buoni frutti.

 

Namastè 🙏